Psicologia. Quando il cuore si spezza. Affrontare una delusione sentimentale

La maggior parte delle persone dopo la separazione sperimenta un periodo di insicurezza personale e di sensibilità emotiva: tristezza, rabbia e serenità si mescolano e la identità viene messa in forte discussione. A prescindere dalla durata del matrimonio, si esce dal divorzio in qualche modo cambiati. Generalmente le persone si sentono incerte e senza prospettive per il futuro: “che prospettive ho ora? Troverò un compagno/a di vita? Avrò la possibilità di avere figli?”

Queste domande, a volte, si stabilizzano e sembrano peggiori di un rapporto infelice. Quando il divorzio si trasforma in una difficoltà stabile di accettare le incertezza e l’emotività prende il soppravvento e impedisce di ripartire, di rinascere, di stare nel presente, allora la perdita non è stata elaborata e può essere utile un aiuto professionale.

Dalla esperienza di ascolto quotidiano con donne in fase di separazione, spesso le donne sono preda delle suddette emozioni, inconsapevolmente e così agiscono e prendono decisioni a volte in preda alla paura o alla rabbia o peggio logorate dalla colpa di non poter dare un futuro migliore ai figli. Il trauma della separazione dal coniuge, se prende il soppravvento, logora fino a volte ad ammalare il corpo…

Dal punto di vista scientifico la fine di un amore è riconducibile agli stessi meccanismi della separazione e del lutto.
Tra i primi studiosi ad occuparsi delle esperienze di separazione o lutto vi è Bowlby che raccoglie in maniera sistematica le reazioni di un  bambino piccolo, ricoverato in ospedale senza la possibilità di avere accanto la propria madre. Estendendo ad altri casi i risultati dell’osservazione, l’autore rileva l’analogia del comportamento osservato nel bambino ospedalizzato, con quello messo in atto dalle proprie madri, da persone rimaste vedove e in generale da adulti che hanno subito una separazione o divorzio dal coniuge.

La prima reazione è di choc e di protesta caratterizzate da reazioni forti quali pianto, agitazione, ansia, panico. La persona lasciata, agisce in tal modo con l’intento di influenzare inconsapevolmente il ritorno della persona andata via.

Durante la seconda fase, quella della disperazione, subentrano altri di totale inattività, astenia, depressione. Fanno comparsa alterazioni fisiologiche, quali disturbi del sonno, diarrea, alterazione del comportamento alimentare, accelerazioni del battito cardiaco.
La persona che soffre può essere arrabbiata con i medici, con Dio, con la persona morta o dalla quale si è separata perché l’ha abbandonata oppure è arrabbiata con se stessa perché non può cambiare le cose.

La terza fase del distacco, la persona abbandonata a sua volta  si riorganizza a livello emotivo ricominciando le normali attività che contraddistinguevano la sua vita prima di restare sola. La persona prova una sofferenza indicibile, sensi di colpa, fallimento e senso di angoscia. La persona pensa che sia quello “giusto”, quello che durerà per sempre ed è faticoso accettare che possa finire.

La persona rivive i primi abbandoni, in maniera inconsapevole, e il bambino che sta in noi diventa anche il padre dell’adulto e delle reazioni emotive.
Di qui l’importanza di concedersi un “periodo di lutto” ossia un tempo adeguato per elaborare il trauma della perdita. Se però dopo molto tempo, un anno o più, non ci sente meglio e si ha l’impressione che il dolore sia insuperabile, può essere il segno di un disagio più grave, come il lutto complicato o la depressione. Così la persona rimane incastrata in una condizione di negazione della morte o dal senso di incredulità, o da rabbia per la perdita subita, ci possono essere pensieri e ricordi intrusivi oppure l’evitamento della situazione realistica di abbandono, o morte.

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